Khamphouang Darasene

Ci è arrivata la notizia che non sono più fra noi due persone che hanno dato un contributo fondamentale al nostro lavoro in Laos. Vogliamo raccontarli uno per volta, dal nostro punto di vista, a beneficio di chi avrà la pazienza di leggere.

Abbiamo conosciuto Khamphouang Darasene nel 2014, nel piccolo ristorante familiare che mandava avanti insieme alla moglie in un villaggio poco distante da Phonsavan. Khamphouang prima della pensione era il maestro del paese; come ogni laotiano istruito della sua età parlava correttamente il francese. E in effetti ricordava un francese d’altri tempi, in testa l’immancabile basco. Piccolo e asciutto come un arbusto, il viso dai tratti orientali molto diluiti: incontrandolo a Marsiglia l’avremmo scambiato per un vecchio provenzale, a Palermo per un siciliano, al Cairo sarebbe stato un arabo. Una faccia apolide, somaticamente indefinibile.

Le vicende di Khamphouang si intrecciano con quel paradossale momento storico chiamato colonialismo. La Francia occupa e sfrutta, ma insieme coltiva una nuova classe dirigente, plasmata sulle idee dell’illuminismo e del razionalismo, e insegna l’idioma della modernità. Instilla l’idea di nazione dove prima vigevano solo i vincoli tribali: costruisce la corda a cui rimarrà impiccata. Uomini come Khamphouang capiscono che, per non lasciare i propri figli schiavi di un sistema globale troppo più vasto e complesso dei loro poveri villaggi, devono cucire una bandiera e produrre una nuova rappresentazione che unisca dietro questo vessillo gli abitanti delle pianure con quelli delle montagne, i burocrati vestiti all’europea con i primitivi raccoglitori delle remote valli dei monti Annamiti. Il socialismo scientifico è lo strumento per dare un’impalcatura a un’impresa nuova e sconosciuta: cos’altro potevano scegliere?

Khamphouang nella sua apparente semplicità è stato un rivoluzionario, forse suo malgrado. E, quale che sia il risultato di questa rivoluzione, sappiate che è stata la più lunga e sanguinosa del novecento: la più voluta, costruita a prezzo di inenarrabili sacrifici da uomini essenziali e privi di retorica, che perciò rimarranno sconosciuti anche ai loro stessi compatrioti.
I suoi racconti non erano epiche agiografie partigiane, ma piuttosto rapporti militari, la situazione sul campo, la vita quotidiana. Per poi sciogliersi in una convivialità fatta di grandi bevute, filastrocche, battute da caserma, il linguaggio universale dei doppi sensi. Il suo augurio non era di trovare una metafisica serenità, ma semplicemente di “diventare ricco”: fedele forse più di quanto sembri all’asciutto materialismo della sua ideologia.

Ma, formatosi come intellettuale, Khamphouang ha nel frattempo fatto qualcosa di impensabile per il resto dei suoi compaesani: ha collezionato gli strani frutti che emergevano dalla terra che – come tutti qui – ha continuato a coltivare fino all’ultimo. Ha infine costruito un’esposizione a scopo puramente educativo, cioè un Museo, nella migliore tradizione di quell’illuminismo che gli è stato patrigno. Un piccolissimo Museo, intendiamoci, tutto racchiuso in un vano dietro ai frigoriferi per le bibite del ristorante. Ma un grande atto di volontà.
In esso il compendio di tutto ciò che la mente ha escogitato per fare poltiglia dei corpi negli ultimi 100 anni. Un concentrato di energia malevola, genialità, residuo fossile dell’instancabile lavoro di strateghi, ideologi, ingegneri, scienziati, che hanno trasformato queste valli in una distesa di fuoco e metallo. Qui la Storia è arrivata così, e, se dobbiamo estrarre un senso dal nostro incontro, Khamphouang l’ha studiata per tramandarcela.
Alla fine lo abbiamo trovato il “Museo della guerra”, quello che cercavamo quando siamo arrivati in Laos e che ha dato il titolo alla prima stesura del nostro progetto. Preparato per noi da una persona curiosa e sensibile che abbiamo fatto appena in tempo a immortalare nelle nostre memorie digitali.

Ora davvero “c’est fini…”, ma rimane dentro questa misteriosa energia che ci porta avanti al solo scopo di ricostruire, ininterrottamente, instancabilmente.

Paolo Barberi, Flaminio Cozzaglio, Riccardo Russo
#theremnants